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La Cassazione “boccia” l’INPS

La tutela previdenziale spetta ai lavoratori e non, invece, ai soci di società di capitali che si limitano ad investire i propri capitali a scopo di utile senza apportare attività lavorativa

 

Recentemente ben tre sentenze della Corte di Cassazione (n. 21540 del 20.08.2019; n. 23790 del  24.09.2019; n. 23792 del 24.09.2019) si sono pronunciate sul tema dei contributi previdenziali richiesti dall’INPS al socio di una S.r.l. nel caso in cui quest’ultimo non apporti la propria attività lavorativa nella società di capitali, essendo unicamente socio di capitale.

Dal 1993 l’INPS sostiene che l’ammontare del contributo previdenziale annuo dovuto è rapportato alla totalità dei redditi d’impresa denunciati ai fini Irpef per l’anno al quale i contributi stessi si riferiscono, in quanto sostiene che sia i redditi derivanti da capitale sia i dividendi, costituendo reddito a disposizione del lavoratore, ne migliorano il tenore di vita e sono utili per il miglioramento della prestazione pensionistica (sentenza n. 23790).

Come anticipato, nel corso degli ultimi due mesi, la Corte di Cassazione ha però respinto, con le citate sentenze, le richieste dell’INPS ritenendo le motivazioni infondate.

La Cassazione ha rigettato le rivendicazioni dell’INPS poiché la normativa previdenziale individua come base imponibile sulla quale calcolare i contributi, la totalità dei redditi d’impresa, così come definita dalla disciplina fiscale. Il Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR) dichiara però che gli eventuali utili derivanti dalla partecipazione in S.r.l. (eventuali, poiché se la società non produce né distribuisce utili, non si avrebbe alcun reddito), senza prestazione di lavoro, sono redditi di capitale e non d’impresa e, dunque, da non ricomprendere nella base imponibile previdenziale. La tutela previdenziale spetta ai soci lavoratori e non ai soci di capitale.

 

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… gli utili derivanti dalla partecipazione in S.r.l. sono redditi di capitale e non d’impresa e, dunque, da non ricomprendere nella base imponibile previdenziale.

Facciamo qualche esempio per una maggiore chiarezza.

1) Socio di S.R.L.: nel caso del socio che sia vicepresidente del consiglio di amministrazione della S.r.l. X, al cui interno svolge un’attività lavorativa per la quale è iscritto alla gestione INPS commercianti, nonché socio anche della società S.r.l. Y e S.r.l. Z, senza svolgere nelle stesse alcuna attività lavorativa, ma semplicemente apportando il proprio capitale in attesa degli utili, tale socio sarà soggetto a contribuzione previdenziale solo sui redditi della S.r.l. X. L’obbligo contributivo e assicurativo scaturisce esclusivamente se il socio partecipa al lavoro dell’azienda con carattere di abitualità e prevalenza (sentenza n. 23790). Ne consegue che non è da sommare all’imponibile previdenziale il cosiddetto reddito astratto derivante dalla partecipazione nella Srl nella quale il socio non apporta attività lavorativa.

 

2) Socio di S.N.C. o di S.R.L. IN TRASPARENZA: in questo caso la questione è differente in quanto il reddito è da imputare effettivamente e non astrattamente al socio in proporzione alla sua quota di partecipazione agli utili, a prescindere dalla percezione: pertanto, costituisce reddito d’impresa con il correlato obbligo contributivo. Nelle società di persone assume preminente rilevo l’elemento personale: il reddito prodotto è reddito proprio del socio e, a differenza delle società di capitali, l’elemento personale deve essere inteso non come semplice apporto di capitale, bensì come legame tra più persone in vista dello svolgimento dell’attività produttiva.
Ciò vale sia per le S.n.c., che hanno soci “paritari”, sia nelle S.a.s., che hanno soci accomandatari e soci accomandanti.

Pertanto, un soggetto che sia iscritto all’INPS commercianti per la propria ditta individuale e che abbia una partecipazione in una S.r.l., dove apporta solo capitale, e sia socio accomandante in una S.a.s., dovrà versare i contributi previdenziali sul reddito della propria ditta individuale e sulla sua quota di reddito derivante dalla S.a.s.. La sentenza n. 29779/2017, infatti, afferma che ai fini della determinazione dei contributi dovuti da artigiani e commercianti devono essere computati anche i redditi percepiti in qualità di socio accomandate, seppur diversi dal reddito che trova causa nel rapporto di lavoro oggetto della posizione previdenziale.

 

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